In Italia a fine giugno, MacLellan ha incontrato i vertici di Rai Mediaset e Sky («ma questa è stata una visita di cortesia, non mi risulta che pensino di investire nel digitale») con l'intenzione di trovare un partner per sviluppare un nuovo modello di tv a pagamento. Per dimostrare la buona volontà a investire in Italia, il manager ha messo sul piatto un cash flow operativo di 13,7 miliardi di dollari, con un fatturato di 34 miliardi e un utile netto di 2,6 miliardi.
«La nostra società può crescere solo all'estero, negli Stati Uniti siamo vincolati dalle norme sull'antitrust», continua MacLellan che spiega: «Siamo il più grande operatore via cavo del mondo, nonché il primo internet provider degli Usa». Comcast è anche la terza compagnia di telefonia fissa del Nord America, ma nel portafoglio del gruppo ci sono anche - tra gli altri - 20 network televisivi, una squadra di hockey e una di basket.
E adesso sono alla ricerca di un partner italiano. «Abbiamo iniziato a guardarci intorno dal Brasile alla Germania, l'Italia è sicuramente un paese interessante. Non abbiamo fissato un progetto vincente». Per il momento è difficile ipotizzare quale tipo di accordo Comcast proporrà agli interlocutori italiani, ma di certo il gruppo vuole giocare un ruolo da protagonista: «Abbiamo molti soldi e le esperienze di una pay tv digitale terrestre di successo, quello che serve qui. Si parla molto dell'enorme battaglia tra Sky e Mediaset e della rivalità tra digitale e satellite, per questo possiamo entrare in gioco noi. Insomma per adesso la pay tv non ha funzionato, basta vedere le difficoltà di Mediaset per arrivare a break even».
A luglio MacLellan tornerà in Italia per un secondo giro d'incontri. L'obiettivo è capire chi è davvero interessato a una partnership con il gruppo, «che preveda un ingresso nell'azionariato o un accordo sulla produzione dei contenuti. L'unica cosa importante è avere un ruolo di rilievo e non di semplici fornitori. Quello lo facciamo già in tanti paesi».
Il numero uno di Comcast International non esclude neppure che la Rai possa decidere di rompere il tabù della televisione di stato gratuita: «In Gran Bretagna è già successo con Channel 4 che ha iniziato a offrire programmi a pagamento. Anche la Rai potrebbe seguire la strada, magari attraverso una joint venture con noi: solo lo scorso anno abbiamo distribuito 3 miliardi di video on demand. Quello che devono domandarsi gli editori è come sopravvivere. Di certo la pubblicità da sola non basta più. Soprattutto in un momento delicato come questo».
Giuliano Balestrieri
per"Il Sole 24 Ore"